Soldi, numeri e anni terribili

Soldi, numeri e anni terribili

Roma, 5 maggio — Odio i numeri e tutti coloro che sono abilissimi a manovrarli. Fare un’operazione matematica qualsiasi mi fa subito venire male alla testa. Non credo quindi al denaro che si numera. Se devo comperare qualcosa mi piace leticare sulla cifra, perché la ritengo sempre inventata dal venditore sul momento, puramente per prendersi gioco di me. Liberarmi dal denaro è un liberarmi dai numeri. Numeri e denaro sono la prigionia più angosciosa dell’uomo. Se avessi un supremo potere di giudizio boccerei quel professore di matematica che avesse bocciato uno studente ribelle a qualsiasi operazione e promuoverci lo studente. I numeri sono falsi e assurdi, perché non hanno principio, né fine, sono da per loro stessi un errore e vanno aboliti quali principio di ordine che non è ordine. Amo soltanto il mio disordine.

Zero Branco, 3 sett. — Oggi ho mangiato benissimo perché tutto, a eccezione dello zucchero e del caffè, è, si può dire, uscito dalle mie mani. Mi sono svegliato alle prime luci, sono andato in granaio, ho preso il frumento, lo ho macinato e passato per lo staccio ricavandone una bianca farina e impastata con le uova delle mie galline ne trassi una bella sfoglia dorata. Con altra macchina, aiutato dalla mia Giovanna e dal piccolo Diego, si fecero larghe tagliatelle. Il sole già riscaldava l’aria e la terra, quando passai nell’orto a raccogliere tutta quella verdura necessaria per fare una variata insalata che non si sa mai se è russa o italiana. Dalla terra al piccolo urto della vanga, balzarono come grosse pepite d’oro, le patate. Cipolle, carote, sedano e pomidoro, ricolmarono la cesta. E vi sparsi sopra una manciata di fagioli e alcuni zucchini. Tutto fu lessato e sommerso nella maionese. Il prezzemolo tritato completò con il suo aroma quell’opera che finiva, più che altro per apparirmi un quadro, invece di una pietanza. I contadini mi portarono dal forno, attiguo alla casa, il pane fresco e bianco fatto con il mio frumento. Il vino era anche delle mie vigne. La Giovanna aveva scremato il latte munto dalle mie vacche, la sera precedente, e il ragazzo con altra macchina ne aveva fatto il burro. Nel forno della cucina si crogiolava un pollo che da giorni era stato il più avido a beccuzzare vermi e altre bestiole che scattavano dalla terra sconvolta dall’aratro. Le pesche, le pere, le ultime fragole e i primi grappoli d’uva matura, staccati dalle mie stesse mani, completarono il pranzo».

A woman batting a mix (di Jorge Royan, Wikimedia Commons)

Ritrovo questa nota in un mio diario scritto durante i terribili anni della guerra. Oggi non ho più la mia campagna, ho solo un centinaio di metri quadrati che coltivo a ortaggi. I giornali mi parlano di un grande progresso scientifico per cui è certo che tra poco arriveremo alla luna, ma è certo che il progresso scientifico fino a ora raggiunto è quello di dare polli ingialliti nella carne con punture di zafferano, tagliatelle ingiallite con uova essiccate, burro estratto dai residui delle olive macinate, olio di semi purificato dalla benzina, frutta maturata durante il viaggio di trasporto, venata di muffa, bibite colorate con colori usurpati ai pittori e vino fatto con i fantasmi della vite.
Non so più quali siano gli anni terribili.

Foto di Marina Gr

Treviso, 12 settembre — Sono stato proprio nauseato dal nudo dopo un lungo soggiorno al mare. Vi erano non solo le solite elefantesse, impudenti, ma uomini deformi: un gobbo, un ragazzo nano, come quelli dei circhi e mutilati spaventosi. Orrori che mi convincevano di essere in un sanatorio, odoroso di ciprie, di creme più fetide dei disinfettanti. Quando sono ritornato tra gli uomini vestiti ho respirato come libero da una ossessione. Il disgusto per il nudo che avevo subito è stato tale che mi ha fatto considerare come una retorica la smania di tutta una pittura secolare a rappresentare persone nude. Difatti sarebbe come se uno scrittore componesse i suoi racconti con persone non vestite.

Foto di Mitja Juraja

Venezia, 24 ottobre — Una vecchia signora dice a un’altra, nel grande caldo della calle veneziana: «Stassera si prende una minestrina in brodo». Questo significa: attaccamento alla vita e paura della morte.
Un uomo con una testa da tartaruga e con gli occhi cerchiati, incavati, proprio pozzanghere di un’acqua che svampisce (occhi fissi e lentamente movibili, proprio come quelli delle tartarughe) si indispettì perché stando seduto nel vaporetto, ho sfiorato i suoi piedi e ho toccato il suo gomito. Suscettibile al tocco, come gli animali, non per paura e difesa, ma per superbia di avere forse un palazzo sul Canal Grande.
Poi vidi al caffè certuni, che a momenti, nel fumare o nel bere, pareva credessero che il fumo non passasse per i loro polmoni, né la bibita per il loro stomaco, ma fosse la testa, soltanto la loro testa, nella quale si sentivano esclusivamente consistere, che fumasse o bevesse.

Giovanni Comisso

da La Gazzetta del Popolo del 07/05/1964

Immagine in evidenza: Foto di Skitterphoto

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